Punto Nave 2017/2018: il diario di bordo della Samp

Il racconto del percorso stagionale della Samp visto da un marinaio della Gradinata Sud

a cura di Olgers

Diario di bordo, 4/10/2017 – Cosa pensare della ragazzina che prende 8 in un compito in classe e a quello successivo, una settimana più tardi, prende 4? Bisogna preoccuparsi? Arrabbiarsi? Bisogna considerare come episodio isolato l’8 o il 4? In certi casi mostrarsi troppo delusi e severi può essere controproducente, soprattutto se si tratta del primo vero passo falso. In fin dei conti, la media è un 6 spaccato. E anche le interrogazioni, finora, non sono mai scese sotto la sufficienza.

Ma il nocciolo della questione, in realtà, non sta nel 4 in sè stesso; il nocciolo della questione passa attraverso una domanda: cosa desideriamo per questa ragazzina? Desideriamo che strappi uno straccio di diploma anche col voto più basso? Desideriamo che si accontenti della sufficienza? Che negli studi, così come nella vita, si adagi sulle sue qualità di base e si limiti a “galleggiare”? Oppure desideriamo qualcosa di più? Magari che quelle qualità le sviluppi quanto più gli sia possibile per trarne soddisfazioni, aumentare la propria autostima e raggiungere dei risultati importanti?

La nostra adorata ragazzina del ’46 ha già dimostrato di poter lottare quest’anno per qualcosa in più della semplice salvezza. Le sfide con Fiorentina e Torino ci hanno fatto capire che possiamo competere con loro per il 7o posto e, perchè no, sognare addirittura il 6o, se una delle grandi steccasse. Ma per coltivare cotanto sogno è necessario partire da una profonda analisi critica del match di Udine, come fanno le squadre forti e ambiziose quando perdono male. Perchè, per assurdo, questo 4 può rivelarsi alla fine dei conti un risultato persino positivo se, da oggi in poi, suonerà come monito nella preparazione di ogni gara, se verrà preso da esempio per non commettere più quegli sciagurati errori di presunzione, leggerezza e appagamento che ci sono stati fatali. L’ambiente tutto, in poche parole, deve cambiare mentalità: deve pretendere e arrabbiarsi davanti a un risultato del genere. I 4, a scuola come nella vita, servono a questo.

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Diario di bordo, 24/09/2017 – Il turnover per l’allenatore è come il “cucchiaio” per il rigorista: se riesce sei un campione, se sbagli sei un coglione. È una legge ineluttabile del calcio. Si veda, a riguardo, il “cucchiaio” magistrale di Pirlo agli europei del 2012 e quello tragicomico di Pellè agli europei del 2016 (mimato più che calciato…). Ma se lo “scavetto” è un azzardo estemporaneo, spettacolare e gratuito, che punta sull’effetto sorpresa sia per spiazzare il portiere sia per deliziare la folla e gratificare la vanità del calciatore stesso, il turnover ha invece tutt’altro indirizzo. Il turnover è un azzardo meditato, pianificato, soprattutto quando si hanno partite ravvicinate, allo scopo di gestire le energie e mantenere l’equilibrio di squadra e, nel contempo, raccogliere il massimo risultato possibile.

La splendida vittoria col Milan, del resto, nasce in quel di Verona. Le forze risparmiate con l’Hellas nel turno infrasettimanale (che potevano tuttavia essere sufficienti per strappare 3 punti anche là, non fosse stato per quello sciagurato palo nel recupero…), si sono tradotte in superiorità agonistica contro la formazione rossonera. Ed è stata la pressione a farci vincere. La pressione incessante che abbiamo prodotto sulla loro retroguardia e sui loro centrocampisti fin dal primo minuto. La pressione che li ha costretti all’errore in entrambi i gol e ci ha permesso di non subire un solo tiro in porta. Pressione assicurata dal turno di riposo di Barreto e dal mezzo servizio di Strinic, Ramirez, Quagliarella e Zapata. Oltretutto, un turnover ben mirato permette, come in questo caso, di mantenere coinvolte nel gruppo anche le seconde linee, con benefici plurimi. Un nome su tutti: Alvarez. Dileggiato mercoledì sera e portato in trionfo quattro giorni più tardi.

Certo, per gli acerrimi detrattori del turnover e gli incontentabili di fede blucerchiata, i due punti lasciati a Verona sono comunque una macchia che impedisce di dare al turnover di Giampaolo il titolo di strategia esemplare. Ma siamo una squadra che sta maturando, che sta studiando per l’Europa, e non possiamo pretendere di essere già fatti e finiti. Dobbiamo procedere un passo alla volta. Anche il “cucchiaio” di Vialli contro il Borussia Dortmund non ci fece di per sé vincere la Coppa delle Coppe, però…

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Diario di bordo, 7/09/2017 – «Ci sono periodi in cui si vive senza legami stabili, “volando di fiore in fiore”, intrecciando flirt occasionali che hanno già sul nascere i giorni contati. Sia che debbano placare pruriti passeggeri o soddisfare le apparenze, questi rapporti si sviluppano sempre secondo il medesimo copione: iniziale entusiasmo, cui segue una vaga insofferenza e infine la rottura, che può essere tanto la conseguenza di uno strappo brutale quanto di una dissolvenza indolore. Poi però, di punto in bianco, senza alcuna avvisaglia, uno di questi rapporti si protrae oltre il consueto. In maniera inconsapevole, naturale, si stabilisce via via una più marcata intimità reciproca, una sintonia più profonda. E noi ne restiamo avvinti. Nessuno, adesso come adesso, è in grado di dire dove potrà arrivare quest’avventura con mister Giampaolo. Molto difficilmente raggiungerà le vette toccate dalla nostra storia d’amore più grande e travolgente: quella con zio Vuja. Ma non è escluso che possa emulare quelle vissute con Eriksson e Novellino. In ogni caso, si può già dire che era dai tempi di Mazzarri che non ci ritrovavamo coinvolti in un rapporto un po’ più stabile e duraturo. E anche se siamo lontani dalle 9 settimane e mezzo di passione con Iachini, questa seconda estate trascorsa con Giampaolo ci sta regalando un sorprendente affiatamento. Il ritorno a bottino pieno da Firenze è lì a testimoniarlo».

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Diario di Bordo, 20/08/2017 – Il Benevento è il quattordicenne che si presenta al primo giorno di superiori con la faccia deformata dall’acne, due peli in croce a circondargli la bocca e un’aria smarrita da cui traspare l’eccitazione per l’esordio tra i grandi. Noi invece siamo tra i veterani dell’istituto. Conosciamo quelle aule e quei corridoi come le nostre tasche, abbiamo la patente nel portafoglio, la sigaretta tra le labbra e il nostro “primo giorno” è ormai sepolto nel remoto. Il rituale vorrebbe che salutassimo l’arrivo dei “primini” con le consuete persecuzioni goliardiche di puro “nonnismo”, tramandate di generazione in generazione, che atterriscono gli imberbi già dal giorno successivo alla promozione nei racconti di chi li ha preceduti. Juke-box umani, rivisitazioni di mitiche scene cinematografiche, flessioni e umiliazioni corporali assortite. Qualcosa, insomma, che metta in chiaro e senza equivoci le gerarchie. E invece alla fine ci limitiamo a uno scappellotto, un “coppino”, come si usa dire. E lo facciamo senza nemmeno troppa convinzione, distrattamente. Forse perché assorti da speranze a cui non siamo ancora in grado di dare solide fondamenta. Forse perché, in fondo, serpeggia anche un vago timore di ritrovarci un giorno questo brufoloso nanerottolo come compagno di classe.

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