Lettera a Paolo Mantovani

Ciao Paolo,
ti scrivo perché sono un po’ giu di morale e avevo voglia di parlarti. Mi permetto di darti del tu, anche se non dovrei. Mi permetto di parlarti come se fossi mio padre, perché ti voglio bene. Da quando sei andato via è cambiato un po’ tutto, il mondo è impazzito. Sono cresciuto imparando ad amarti perché riuscivi a far brillare gli occhi di mio padre. “Come lui non ce ne sono”, mi diceva. Da bambino davo tutto per scontato: la Sampdoria sul tetto d’Europa, i sorrisi della gente, la felicità. Mio padre mi portava a vedere la Samp ed era orgoglioso di mostrarmi la tua creatura. Arrivavamo allo stadio all’ultimo minuto, facevamo il biglietto ed entravamo per vedere uno spettacolo. Uno spettacolo vero. Vincevamo spesso, ma non solo sul campo. Mio padre mi spiegava come eri riuscito a creare qualcosa di unico, a trasformare un gioco in un esempio di vita per tutti. “Quell’uomo sa amare e dall’amore nascono solo cose buone”, mi diceva. Io ero piccolo e rapito dai nostri colori splendidi. Sentivo di riflesso la gioia della gente che avevi nutrito. Ho avuto la fortuna di crescere nel tuo incantesimo, di capire cosa vuol dire vincere, ma anche di imparare a perdere. Eri ricco, ma non solo per quello che possedevi. Il vero ricco è colui che fa sentire ricchi tutti coloro che gli stanno a fianco e in quegli anni tutti i sampdoriani si sentivano più ricchi del dovuto, anche mio padre. In ogni tuo messaggio c’era qualcosa da imparare, in ogni situazione tiravi fuori una lezione di vita. Anche nelle difficoltà sapevi trovare le parole giuste per nutrire la speranza, hai dato da mangiare al cuore di tanta gente. Vincere è una situazione, crederci sempre è una fortuna. Quando te ne sei andato avevi già intuito che qualcosa stava cambiando irrimediabilmente. Hai cresciuto la Sampdoria come una figlia educata, hai dato la priorità allo stile e ai modi, hai fatto in modo che undici ragazzi diventassero un esempio per migliaia di persone. Se penso a quegli anni la prima cosa che mi viene in mente sono i sorrisi delle persone, un popolo che grazie a te ha imparato che niente è impossibile. Oggi è tutto diverso, c’è tanta invidia e troppo ego, i furbi fanno più strada degli intelligenti. La tua bambina è sempre vestita bene, ma attorno a lei si aggirano persone che sfruttano il suo nome e la brillantezza dei suoi colori. Forse è meglio che tu oggi non ci sia, per non vedere quello che sta succedendo. Tutto è dato per scontato, la gente è diventata un numero per far crescere altri numeri. Tu alimentavi i sogni con i soldi, oggi alimentano i sogni per soldi. La tua Sampdoria soffre, soffre ogni giorno. Soffre perché è stata vestita di tutto punto da chi vuole esibirla in gare di bellezza, gente alla quale non importa come sta. La tua bambina soffre, fatica, piange. In tanti hanno dimenticato i tuoi messaggi d’amore e le lezioni di vita, hanno messo da parte la speranza e smesso di seguire i tuoi consigli. Alcuni hanno smesso anche di cantare. La tua bambina è stata affidata a gente che non ha esempi virtuosi da dare, speculatori senza dignità che la fanno truccare in modo volgare. Anche mio padre ha smesso di sorridere per lei, lo vedo sofferente e preoccupato, cosciente di averla persa di vista dopo averti promesso di tenerla d’occhio. Continua a segurla ogni domenica, ma quando torniamo a casa sospira e si preoccupa. La vita è volata in un soffio, lui mi sembra invecchiato tutto insieme. È un momento buio, per la Samp e per la società intera, ormai spoglia di esempi da seguire. Ci hanno messo tutti contro, facendoci credere che sia necessario avere un’opinione per dimostrare di essere attenti. È difficile continuare a lottare senza buttarsi giù, a volte perdiamo anche quando la Sampdoria vince. Ci avevi fatto sentire parte della squadra, avevamo una rosa con 20 mila giocatori. Oggi è pieno di personaggi senza palle e cuore, stipendiati distratti che non studiano la storia e non la rispettano. I tifosi non contano nulla, vengono presi in giro e usati come burattini. Quanto ti incazzeresti… Il tuo mito vive nelle eccezioni, in coloro che nonostante i tempi bui riescono ad alzarsi in piedi, a non mollare. Ti ho scritto perché volevo abbracciarti con le parole, farti sapere che nonostante il buio abbiamo colori troppo vivi per non illuminare il tuo tracciato. Siamo ancora in tanti a ricordarci da dove veniamo, cosa siamo e cosa non dobbiamo essere. Siamo in tanti ad aver capito che non si parla solo di un gioco, ma di una metafora di vita. Siamo bambini diventuti grandi, figli diventati padri. Abbiamo paura e non possiamo darlo a vedere, ma oggi capisco tutte le volte che hai avuto paura anche tu e ciononostante ci hai trascinato con la forza di un leone. Non molleremo Paolo, anzi, grideremo ancora più forte perché la tua bambina è anche la nostra, perché la tua vita è anche la nostra, perché la tua famiglia è anche la nostra. Ci hai detto che finché continueremo a cantare non dovremo avere paura. Ti dico grazie, perché ora che abbiamo paura sappiamo cosa dobbiamo fare.
CANTARE.

Matteo Reve Politanò

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