Mirko Conte si racconta: “Con Carparelli? Ecco come è andata…”

 
Quarto appuntamento con le nostre dirette Istangram con il “rosso” Mirko Conte, beniamino della gradinata Sud per la grande dedizione che ha dato alla causa blucerchiata. In blucerchiato l’ex difensore aveva disputato 136 presenze e segnato 3 gol, di cui due pesantissimi…
 
Come si è presentata la possibilità di venire a Genova nel 2000?
 
“Arrivavo dalla promozione col Vicenza dalla B alla A e per una questione di programmi non avevano più intenzione di tenermi. Da qui è uscita la possibilità di venire a Genova anche perché arrivò Gigi Cagni, che avevo avuto a Piacenza. La volontà mia e la richiesta del mister hanno fatto in modo che venissi alla Sampdoria”.
 
Hai fatto 4 gol in carriera di cui 3 alla Samp, di cui due fondamentali contro Messina e Genoa. Qual è il più importante per te?
 
“Entrambi, anche se con due importanze diverse. Quello di Messina ha segnato la rinascita in una partita fondamentale per noi nella lotta salvezza e per la vita della società stessa perché solamente con la salvezza Garrone avrebbe acquistato il club. Quello con il Genoa è stato altrettanto importante in un anno fantastico consacrato con la promozione vincendo anche tre derby”.
 
 
Ne avevamo già parlato con Fracesco (Flachi n.d.r) ma vogliamo chiedere al diretto interessato: l’aneddoto su Carparelli nel derby. Com’è andata?
 
“Il derby non è solamente la partita della domenica di 90 minuti, ma inizia già la settimana prima con tanti articoli sui giornali e tremila persone a Bogliasco. Era uscite delle dichiarazioni non simpatiche da parte di Carparelli così ai miei compagni ho detto che ci avrei pensato io, scherzando. Poi, anche per via del mio modo di giocare aggressivo, l’ho fatto volare oltre i cartelloni. Non rinnego niente ma ovviamente non c’era niente di personale, sono cose che succedono su un campo di calcio. Vista anche l’importanza della partita è stata enfatizzata ed amplificata”.
 
La tua esultanza nel derby è uno dei motivi per cui la Sud ti ha dedicato un coro, raro per un difensore nella nostra storia. Raccontaci di quella corsa, sembravi uno di noi in gradinata..
 
“Non era preparata l’esultanza visti i pochi gol che ho fatto in carriera. Ho fatto quella corsa lunghissima perché ho segnato sotto la Nord e volevo andare ad esultare sotto la mia gradinata. Per questo motivo ho fatto quella corsa di 100 metri togliendomi la maglia per andare ad esultare sotto la Sud. Sono emozioni che è difficile raccontare a parole, ho fatto pochi gol ma ho fatto quei gol che ti rimangono”.
 
Volpi ci ha raccontato che al suo arrivo alla Samp avrebbe voluto il 14 ma lo avevi già te. Perché hai scelto questo numero?
 
“Non sono particolarmente legato al numero 14 ma era un numero che mi piaceva e quando lo leggo mi viene in mente che era il mio numero alla Sampdoria. Sergio lo voleva ma gli dissi che era mio!”.
 
Hai vissuto 4 stagioni alla Samp molto diverse tra di loro, com’è stato lavorare in questi gruppi anche alla luce della tua nuova esperienza da allenatore?
 
“Sono anni molto distinti tra di loro, sono i quattro anni più belli della mia carriera perchè ho vissuto emozioni completamente diverse. Ogni gruppo si è dovuto adattare a situazioni differenti, ad esempio quando abbiamo lottato per non retrocedere non è stato semplice soprattutto in una società non abituata. La fortuna di quegli anni è stato il fatto che i gruppi si sono calati nella mentalità giusta grazie anche agli allenatori ma soprattutto di un pubblico che non ha fatto mai mancare il proprio supporto, come ad esempio nella retrocessione del 2011, con la gradinata sempre piena. È facile andare allo stadio quando si vince, ma i tifosi si vedono dalle situazioni difficili. È stato importante per noi nel 2001, anche perché la situazione societaria non era chiara”.
 
Hai marcato tanti attaccanti nella tua carriera, chi ti ha messo più in difficoltà?
 
“Quando ero a Piacenza nel 1996/97 uno degli attaccanti più difficili da marcare era Tovalieri del Cagliari, un grandissimo attaccante. Poi c’erano Inzaghi, Ravanelli, Weah, Baggio, Vialli..”
 
Invece chi ti ha insegnato qualche trucco del mestiere?
 
“Il primo anno ero al Venezia in prestito dall’Inter a 19 anni, e il mio primo punto di riferimento è stato Pietro Mariani. Aveva molta esperienza e ho seguito molto lui ispirandomi sotto l’aspetto caratteriale e temperamentale perché era il capitano e uno che non mollava mai. Mi ha fatto capire cosa serviva per mantenersi a certi livelli”
 
Ti è capitato invece il ruolo inverso?
 
“Mi viene in mente Ranocchia all’Arezzo, ma non ha imparato molto (ride n.d.r). Mi ricordo anche delle sue dichiarazioni in cui diceva che c’era nonnismo nello spogliatoio, facendo riferimento a me e Carrozzieri. Lui era all’inizio della carriera in serie B, e noi caratterialmente davamo una certa impronta a livello caratteriale e quindi lo massacravamo un po’. Serve anche altro nel calcio, ma sono cose fondamentali per mantenersi in certi livelli, e lui sta facendo una carriera importante che ho visto nascere”.
 
Ora stai vivendo una nuova esperienza da allenatore, come ti trovi?
 
“Mi piace molto, è totalmente diverso dal fare il calciatore, l’esperienza in campo però agevola molto il lavoro, soprattutto nelle dinamiche dello spogliatoio. Sono già 4 anni che lo faccio, ora sto facendo il vice allenatore al Lugano. Spero  che si presenti l’opportunità in futuro di intraprendere la mia strada come allenatore”.
 
Ci sono delle caratteristiche che ti possono ispirare negli allenatori avuti in carriera?
 
“Ogni mister che ho avuto era diverso dagli altri, è normale che si colgano le peculiarità di ogni allenatore per poi farle tue. Ad esempio Novellino è stato importante, era molto attento alla tattica come Cagni. Ho avuto Ventura al Venezia nel ’93 era avanti per le idee che aveva. Poi Mutti, Bianchi.. Ho imparato tanto da ognuno anche se non avrei mai immaginato da giocatore che avrei fatto l’allenatore”.
 
Come erano gli allenamenti con Novellino? Flachi ci ha detto che negli ultimi anni aveva allentato un po’ la tattica..
 
“Non mi ricordo l’avesse allentata (ride n.d.r), era molto puntiglioso sulla tattica soprattutto con i difensori. Dopo un po’ di anni mantenendo lo zoccolo duro l’allenatore può concentrarsi anche su altro perché i dettami tattici sono acquisiti”
 
Raccontaci della festa promozione, come l’avete vissuta dentro al gruppo?
 
“C’erano 100 mila persone, arrivando dalla sopraelevata abbiamo visto tutta questa gente in piazzale Kennedy, era impressionante. Non c’era uno spazio vuoto, è stata un’emozione incredibile”
 
Chi erano i pilastri della squadra che trainavano il gruppo?
 
“Volpi che era il capitano, taciturno ma che diceva sempre le parole giuste. E poi Flachi che era all’opposto, caratteristiche che si rispecchiavano anche in campo. Si era creato un bel gruppo e unito alla forza dei giocatori e l’entusiasmo dell’ambiente siamo riusciti a mantenere le aspettative, ma tra dire e il fare c’è di mezzo tanto lavoro con un gruppo creato da poco, non era facile come può sembrare”
 
Che idea ti sei fatto su quello che sta vivendo il mondo del calcio? Anche alla luce di quello che è stato deciso in Francia con lo stop definitivo al campionato.
 
“È una situazione difficile, è complicato riprendere anche ci sono le intenzioni di voler concludere i campionati. Fosse per me fermerei il campionato, la realtà in Svizzera è differente rispetto all’Italia, soprattutto per i diritti TV. In Svizzera si è dell’opinione di fermarsi, è difficile poter avere tutte le condizioni di sicurezza. Anche a livello di coscienza bisognerebbe fare un passo indietro alla luce di quello che sta succedendo”
 

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