La Sampdoria con filosofia, la filosofia con la Sampdoria

a cura di Fabio Patrone

I bilanci si redigono alla fine, non c’è dubbio. Al contempo, però, ci sono elementi di questa stagione che non possono che farci riflettere. E non sto parlando di statistiche aride, ma della nostra percezione di quello che sta accadendo. Perché noi sampdoriani ci ostiniamo, è il caso di dirlo, a sperare nell’insperabile, flagellandoci pensando che, in un certo senso, tornare in Serie A ci spetti di diritto? Anche questa volta partiamo da un dato: la Sampdoria ha partecipato a 66 campionati di Serie A e a 12 di Serie B. Ora, benché le squadre di calcio non siano esseri viventi, e quindi non abbiano una filogenesi o dei retaggi evolutivi, sembra difficile contestare la conclusione che il campionato cadetto non ci appartenga. Questa idea si scontra in modo inesorabile con la cruda realtà: non abbiamo una rosa da Serie A, siamo un cantiere aperto e stiamo vivendo incognite societarie e gestionali inimmaginabili fino a pochi anni fa. Eppure, non credo di essere l’unico a tormentarmi con un pensiero che ronza continuamente nella testa: questo campionato non ci appartiene, dobbiamo risalire perché la Serie A è il nostro luogo, per così dire, naturale.

Questa idea, come molte che sono entrate a far parte del pensiero comune occidentale, ci è stata instillata da Aristotele. Il più grande filosofo dell’antichità, oltre duemila anni prima di Newton e duemilacinquecento prima di Einstein, provò a fornire una spiegazione del perché alcuni oggetti cadono verso il basso, mentre altri si librano in cielo. Secondo Aristotele, il fine di ogni cosa è raggiungere il proprio luogo naturale, identificato in base al peso degli elementi che le compongono. Se un oggetto viene allontanato dalla sua destinazione naturale a causa di un moto “violento” esso tende a tornarvi in virtù, appunto, del suo movimento naturale. Ad esempio, dopo un rinvio lungo di Stankovic il pallone si abbassa fino a cadere a terra perché, nella prospettiva aristotelica, è composto da materia organica e quindi è portato naturalmente ad andare verso il basso – la terra, per l’appunto. La nebbia dei fumogeni, al contrario, è portata a muoversi verso l’alto perché composta da una sostanza più leggera (aria, o “cielo”).

Sebbene da un punto di vista fisico questa spiegazione sia stata sconfessata, possiamo mantenere l’intuizione aristotelica per provare a spiegare il motivo di quel pensiero ricorrente di cui parlavamo prima. Ebbene, si potrebbe dire che ogni squadra ha un campionato naturale e che, quando allontanata forzatamente da esso subisca una forte attrazione per ritornarvi. Che gli inciampi contingenti non intacchino l’essenza che la nostra Samp deve realizzare, ovvero essere una squadra di Serie A. Ovvio, a questo punto, che la Sampdoria (e noi con lei), nonostante le infinite difficoltà che affronta, sia ancora attaccata con le unghie e con i denti alla zona playoff.

Non resta che portare in regalo una buona edizione della Fisica di Aristotele a Manfredi e a tutti gli investitori che potrebbero entrare a supportarlo, per provare a convincerli che il luogo naturale della Sampdoria è uno solo: la serie A.

Le puntate precedenti:

Sampdoria, troppi infortuni: serve un approccio cartesiano

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