La Sampdoria con filosofia, la filosofia con la Sampdoria

a cura di Fabio Patrone

Che accadrebbe se, la sera dopo il derby, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: «Questa partita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua squadra dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo rigore parato e questa sconfitta e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra del derby viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello di polvere!».

L’aforisma 341 de “La Gaia Scienza” nella sua versione originale credo che fosse esattamente questo. Credo che oggi, per noi sampdoriani, risulti difficile cogliere a pieno il senso dell’immagine proposta da Friedrich Nietzsche. La prospettiva dell’eterno ritorno acquisisce significato se ci poniamo nella prospettiva di un tormento che si ripete eternamente, sempre uguale nella sua sofferenza, un’ineludibile dannazione che ci condanna a vivere e rivivere le stesse pene.

Ecco, per quanti sforzi posso mettere in campo, davvero, in questo momento, non riesco a capire la profondità di questa immagine. La filosofia dovrebbe consentirci di non soffermarci al nostro modo di pensare, portandoci a valutare situazioni ipotetiche anche remote, implausibili, difficilmente concepibili. Però, insomma, capitemi. Magari fossi genoano! Solo in questo modo riuscire a fare mio il senso estremo della filosofia niciana; in questo momento «mi rovescerei a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato», parafrasando la continuazione dell’aforisma 341. Sarei annichilito se il demone mi chiedesse «Vuoi tu perdere* un derby con un rigore sotto la nord ancora una volta e ancora innumerevoli volte?». Capirei che sono solo un povero umano, non degno di assurgere allo status di Übermensch, l’oltreuomo che accetta l’eterno ritorno e la prospettiva di perdere i derby sempre nel medesimo modo.

E invece no. Invece questo privilegio non posso averlo. Troppo facile accettare l’eterno ritorno se questo prevede il godimento che abbiamo provato in questi derby in sud, addirittura scontato volere la ripetizione di un evento dolce e godurioso come vedere davanti a sé la disperazione altrui, percepire da oltre cento metri di distanza migliaia di spalle che si abbassano, mani che afferrano volti e bestemmie che volano libere. «Vuoi tu veder perdere* un derby con un rigore sotto la nord ancora una volta e ancora innumerevoli volte?» La più facile delle risposte, il più dolce dei sì.

Criscito batte alla destra di Audero, Zanoli alla sinistra di Silvestri. Giocatori diversi, diramazioni diverse che si incrociano in un medesimo istante, che sembra a questo punto poter tornare eternamente. È la sconfitta, certo, ma non solo. C’è di più, c’è un senso di ineluttabilità nel veder dispiegati gli eventi rivolti verso la stessa conclusione. Audero para, Ferrari rinvia, Vieira la butta in fallo laterale e nel mentre Criscito si accascia atterra, quasi come se fosse stato azzannato alle caviglie dall’uroboro, il serpente che si morde la coda simbolo di un futuro che è il passato. Silvestri para, Zanoli gli gira subito le spalle, quasi come schiaffeggiato dalla coda del serpente del destino, Tutino bacia Barreca che non sbaglia. «Vuoi tu esultare in un derby con un rigore sotto la nord ancora una volta e ancora innumerevoli volte?». Ripeteremmo questo sì all’infinito.

Non vincono mai, ma non è colpa loro. È il destino, è un serpente che si morde la coda, è un futuro che è il passato, è quello che sarà e che è già stato.

* Volete davvero provare a sostenere che questo non lo avete perso? Seriamente?

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