La Sampdoria con filosofia, la filosofia con la Sampdoria
a cura di Fabio Patrone
Ho l’impressione che la tesi del luogo naturale citata la settimana scorsa non sia stata recepita a pieno né dai giocatori, né tantomeno da Pirlo. Sembrava scontato, infatti, che se possiamo applicare l’idea di Aristotele alle squadre di calcio, a maggior ragione dovremmo condividerla per quanto riguarda la posizione naturale, appunto, di chi gioca. E invece, se guardiamo chi è sceso in campo sabato scorso, ci accorgiamo che quasi mezza squadra ha giocato in un ruolo non naturale. Evidentemente Pirlo ha un approccio più newtoniano alla questione. Col senno di poi, questo glielo possiamo concedere, forse era meglio rispolverare i libri aristotelici…
Ci troviamo, per l’ennesima volta in questo nostro straniante presente, a fare i conti con una sconfitta che mette a nudo le nostre fragilità. Ci troviamo nella condizione che il filosofo Blaise Pascal descrive nella contrapposizione tra il desiderio di grandezza e la miseria della nostra attuale condizione: «sventurati che siamo […], noi abbiamo un’idea della felicità e non possiamo conseguirla […]. È del tutto evidente che siamo vissuti in un grado di perfezione dal quale siamo sventuratamente caduti», scrive proprio Pascal nei suoi Pensieri cinquecento anni fa, ma sembra davvero aver preso ispirazione da questi ultimi due anni della Samp.
Schiacciati tra le nostre ambizioni, non placate e, anzi, quasi riaccese l’estate scorsa dalla società (colpevolmente, a mio avviso), e una situazione di classifica agghiacciante, troppe volte questo campionato abbiamo letto o ascoltato frasi del tipo: “partita cruciale”, “spartiacque per la stagione”, “dopo oggi capiremo le reali aspirazioni di questa Samp”, e via dicendo. Questo sensazionalismo giornalistico non ha fatto altro che aumentare la contraddizione aspirazione e realtà. È questa, in un certo senso la nostra condanna: siamo dei re decaduti, prendendo a prestito un’altra idea di Pascal, privi di qualcosa che abbiamo posseduto, la Serie A, consapevoli che non siamo ciò che potremmo essere.
Dobbiamo dunque abbandonarci a questa frustrazione? Mollare tutto e rassegnarci, una volta per tutte della nostra condizione? Sembrerebbe la soluzione più ragionevole, la scelta giusta per evitare di essere ancora una volta delusi. La verità, però, è che la ragione e il cuore sono due facoltà contrapposte e ne abbiamo avuto dimostrazione l’anno scorso: nel periodo più buio della nostra storia recente il Ferraris era pazzesco, la Sud, unita e martellante, ha offerto uno spettacolo encomiabile. Il cuore, dicevamo; proprio col cuore arriviamo alla soluzione che Pascal propone, e che possiamo provare a fare nostra per trovare un senso a questa stagione: «dovunque ci sia l’infinito e non ci sia un’infinita probabilità di perdere contro quella di vincere, non c’è da esitare» è così che Pascal introduce la tesi che lo ha reso celebre, ovvero quella della scommessa. Certo, lui si riferiva al fatto che, non potendola dimostrare razionalmente, dovremmo scommettere sull’esistenza di dio, dato che se vincessimo la scommessa, vinceremmo l’infinito. Anche noi non possiamo spiegare razionalmente il nostro amore per la Samp e non possiamo fare a meno di sognare l’infinito, vestito di blucerchiato. Dobbiamo scommettere sulla Sampdoria, ci conviene. E, dalla nostra abbiamo un’arma in più rispetto a Pascal. Del resto, siamo sampdoriani: abbiamo già vinto.
Le puntate precedenti:
Siamo davvero destinati alla serie A? Le aspettative della Samp nel segno di Aristotele
Sampdoria, troppi infortuni: serve un approccio cartesiano


